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“HO RINCONTRATO RIMBAUD IN AFRICA ”.
Leggere questo libro di poesie è come riaprire il dossier “Arthur Rimbaud” e gettare, indirettamente, un po’ di luce sui tanti enigmi che circondano la sua figura dopo l’abbandono della letteratura e la fuga in Etiopia. Con questo non vogliamo dire che l’autore di “Cadillac”, il comasco Massimo Bargna, sia da annoverare nella lunga schiera di emulatori del padre del simbolismo e del decadentismo francese. Il linguaggio di cui fa uso nella sua opera di esordio è scarno e diretto e concede poco agli ermetismi e all’uso delle metafore. Dal punto di vista stilistico l’influenza di Rimbaud (che è comunque fra i suoi poeti preferiti) è una fra le altre. La contiguità, si potrebbe parlare di stretto vincolo di parentela, con lo scrittore di Charleville è piuttosto di tipo tematico. Non c’è da meravigliarsene perché viaggiato negli ultimi vent’anni in tutta l’Africa Nera, vivendo (con le ovvie differenze dovute al cambiamento d’epoca e di quadro geopolitico) luoghi e situazioni in cui si imbattono tutti coloro, e Rimbaud era fra questi, che si spostano con mezzi di fortuna in terre lontane e talvolta inospitali. E’da questa spartana esperienza di viaggio che nasce il libro Cadillac. “Per oltre un secolo – dice Bargna --poeti e appassionati di letteratura si sono tormentati con quesiti di questo tipo: perché Rimbaud ha smesso di scrivere, cos’ha fatto, visto e pensato durante i suoi dieci anni in Etiopia al di fuori della sua oscura attività di commerciante d’armi, caffè, oro, avorio, sete e cotonine e soprattutto cosa avrebbe potuto scrivere, ispirato dalle immagini che gli sfilavano davanti agli occhi in quel nuovo mondo, se si fosse riaccostato alla poesia? La morte, nel 1891, ha troncato ogni possibilità di risposta. Con la mia raccolta di poesie non ho voluto ripercorrere i sentieri già tracciati da Rimbaud, sia dal punto di vista letterario che biografico, o cercare di ricostruire in maniera fittizia quella parte della sua vita di cui sappiamo così poco. Ho cercato invece di descrivere attraverso la mia esperienza personale situazioni, immagini, colori, odori e stati d’animo che, probabilmente, con lui ho condiviso durante il mio girovagare in Africa”.
Le parole di Bargna non devono sorprendere. E’ noto, infatti, che una sorta di cameratismo lega non soltanto un certo tipo di poeti ma anche un certo tipo di viaggiatori che, spinti dalla sete di conoscenza e di nuove esperienze, cercano di spingersi un passo più in là di dove sono arrivati gli altri. Non a caso Rimbaud nella sua celebre Lettera del veggente scriveva frasi che si possono applicare tanto alla poesia quanto al viaggio: “Egli giunge all’ignoto e, quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto!”. “Il libro Cadillac -racconta Bargna - non nasce dall’incontro con il Rimbaud poeta, che ho amato in gioventù, ma da quello più recente con il Rimbaud della maturità, il viaggiatore e mercante che aveva ripudiato la poesia e scelto di vivere la vita senza più mediazioni, anche letterarie, in terra d’Africa. Inconsciamente, credo di aver voluto riprendere il filo del discorso esattamente dal punto in cui Rimbaud lo aveva interrotto dopo l’abbandono della scrittura e la partenza per Harar. Un po’ come fece l’esploratore americano H.M. Stanley che dopo aver ritrovato Livingstone, sulle rive del lago Tanganica, proseguì da solo nell’esplorazione del continente africano”.
Massimo Bargna è nato a Como nel 1964 e vive a Capiago Intimiano. Ha pubblicato reportage giornalistici dall’ex Jugoslavia in guerra e dal Ruanda-Burundi, durante il conflitto interetnico. Negli ultimi vent’anni ha viaggiato in tutta l’Africa Nera. |
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